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  • Alessandra Massaro

Ricalibrare le geografie sociali nelle metropoli globali

Aggiornamento: 12 mag 2020


(Foto di F. Conte, Termini TV)


Il fenomeno della globalizzazione, esploso nei decenni a cavallo tra il XX e il XXI, è stato alle volte esaltato a motore di rinnovamento dell’intera umanità, alle volte demonizzato e accusato di essere la causa di tutte le più atroci disfatte dei tempi moderni. Di vero c’è che questo processo ha favorito l’intensificazione degli scambi su scala mondiale: l’economia, il commercio, la comunicazione ma anche la società, la cultura, la politica, le scienze e le tecnologie (mai come in questo momento osannate e apprezzate) hanno intrapreso un percorso dal quale non è più possibile tornare indietro. Ogni aspetto dell’essere umano è stato trasformato irreversibilmente dando vita a interazioni fortissime tra le persone e tra le nazioni stesse. Superando l’opinione personale, seppure centrale nei pensieri e nelle azioni di ognuno di noi, di oggettivo c’è il fatto che la globalizzazione è un fenomeno concreto, reale, tangibile e come tale andrebbe gestito e affrontato. Tra i numerosi cambiamenti che questo fenomeno ha prodotto, senza dubbio, la ridefinizione dello spazio, sia quello privato che quello pubblico, assume un ruolo centrale. Saskia Sassen, sociologa ed economista statunitense di origine olandese, sostiene che la più grande novità della globalizzazione sia “la città globale” la quale si inscrive “in un paesaggio non omogeneo, in uno spazio contraddittorio, caratterizzato da disuguaglianze interne, da differenze tra risorse, profitti, settori che generano continui conflitti e tensioni. Si tratta di un processo non flessibile, non regolamentato, in cui si cerca di trasformare lo spazio della mobilità e della circolazione in uno spazio di vita e d’affermazione di nuovi diritti, soggetti, cittadinanze(1)”.


Abitare, dunque, in città contemporanee significa relazionarsi con lo spazio circostante in una duplice maniera: sia attraverso le relazioni fisiche che costituiscono un profilo urbano, sia attraverso le relazioni sociali che ne determinano, invece, il profilo umano. In questo senso abitare la socialità significa organizzare e sfruttare lo spazio urbano sulla base di elementi prettamente architettonici, ma soprattutto sulla base di processi di socializzazione, riconoscimento e appartenenza dell’individuo alla città stessa. Aspetti perennemente dinamici che appartengono al genere umano tanto quanto le sue continue trasformazioni e che lo inducono a ridefinire continuamente concetti come: il dentro e il fuori, il pubblico e il privato, il mio e il tuo, il noi e il voi, spinte contraddittorie si fronteggiano e se da una parte il privato corrode sempre di più i contorni che lo definiscono (per scelte personali, per necessità o povertà) dall’altro si assiste a una rivendicazione sempre più forte e prepotente del “mio” rispetto gli spazi pubblici: la mia città, il mio quartiere, il mio paese.


In queste nostre città globali “la difesa del privato è il primo passo per la salvezza della libertà. È un terreno affrancato dal potere, unicamente soggetto alla regia dell’individuo. [...] La privatezza è la roccaforte della libertà personale. Preserva dall’esproprio e dall’interdizione, dall’invadenza e dal controllo, dal potere e dalla costrizione”.(2) Ma la verità è che viviamo in una dimensione urbana completamente trasformata rispetto alle sue ataviche definizioni e anche la sfera privata non è sempre garantita né ben definita. È difficile oggi determinare la sfera dello spazio privato, viviamo in contesti velocissimi, in tempi sempre più frenetici, iperconnessi e sempre in viaggio verso qualcosa. Pochi minuti dopo la sveglia del mattino siamo già immersi nella giunga cittadina: strade affollate, uffici pieni, centri commerciali a rischio implosione, spazi verdi presi d’assalto nei weekend. Le città si allargano e fagocitano terre non ancora edificate, l’interland si espande, il centro cittadino non è più “al centro”, vengono costruite altre case da comprare e altre da affittare, e le nuove periferie non sono più così tanto periferiche.

“Nella mia città c’è una casa bianca con un glicine in fiore che sale sale sale su” questa canzone italiana, sconosciuta -mi rendo conto- alle nuove generazioni, aveva (e ha ancora) la capacità di portare all’istante l’ascoltatore nella città ricordata attraverso riferimenti forti e unici: la casa bianca, il glicine in fiore, il cielo grande e la ferrovia che sferraglia da sempre. Una città definita, con punti di riferimento chiari e caratteristici. Non può essere un'altra città, è proprio lei. Nel tempo però la possibilità di determinare chiaramente una città è andata persa, trasformandosi è venuta meno la sua dimensione oggettiva e circoscritta: i confini, la popolazione, la lingua, le tradizione si sono mescolati sempre di più e sfumandosi hanno trasformato lo spazio cittadino in una metropoli anzi, in una megalopoli. Non si conosce completamente la propria città, in alcuni casi in molti luoghi, in molti quartieri, in tante strutture e vie non ci si è neanche mai passati. Un dato di fatto attenuato dallo sviluppo delle tecnologie che con un touch ci fanno arrivare nel minor tempo possibile dove desideriamo.


Ma il viaggio? Tra il punto di partenza e la destinazione cosa c’è? Gran parte della nostra città scivola via velocemente fuori dal finestrino o peggio, come un serpente d’acciaio, striscia sotto terra e ci riporta alla luce in un nuovo quartiere di cui, probabilmente, conosceremo solo il tragitto necessario per raggiungere il posto di lavoro o quel dato impegno che ci ha condotto fino li.

La nostra città cambia forma proprio come fanno le persone che la vivono.

La conseguenza diretta di questo movimento vertiginoso è che gli elementi che la compongono vengono ridefiniti e mescolati, cambiando in forma e in sostanza.

Le metropoli, così dinamiche, perdono i riferimenti urbanistici tradizionali e a pochi passi di distanza, nello stesso quartiere, è possibile conoscerne il suo centro cosi come la sua periferia.


"Periferie globali"

Secondo un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2018 i dati circa la sovrappopolazione del pianeta sono preoccupanti: oggi il 55% della popolazione mondiale vive in metropoli (rappresentando l’80% della ricchezza mondiale). Si stima che nel 2050 verrà toccato l’apice di questo spaventoso affollamento che porterà, probabilmente, al collasso di interi centri urbani. È lecito a questo punto pensare che la domanda giusta da porsi non sia più tanto “dove viviamo” quanto “come viviamo”.

Riqualificare le città è un obiettivo sempre più centrale per le amministrazioni territoriali, queste devono essere ripensate e ridisegnate non solo da un punto di vista urbanistico, ma anche (e soprattutto) da una prospettiva sociale, ambientale e culturale: molti progetti di riqualificazione delle periferie urbane mirano a rompe il sodalizio “periferia-emarginazione” investendo nel settore edilizio, ma anche in progetti capaci di porre al centro la creazione e il potenziamento di spazi pubblici ampi e curati, di aree verdi accessibili e attrezzate e di isole pedonali. Gestire e amministrare gli spazi delle metropoli contemporanee sono compiti per nulla facili: le città globali sono realtà altamente complesse capaci di attirare su di loro un enorme mole di persone, di opportunità, di talenti e di economie. Questa loro perenne dinamicità, e la loro densità, le ha portate a cambiare aspetto innumerevoli volte e ad abolire definitivamente la convinzione (per un certo tempo corretta) che la periferia esistesse unicamente ai suoi margini. Oggi è possibile affermare che lontananza dal centro cittadino non è automaticamente sinonimo di qualità di vita bassa (sono in pieno centro i Quartieri Spagnoli di Napoli e nel quartiere Eur Torrino di Roma casermoni di edilizia popolare confinano con villette extralusso).


Una commistione descritta bene da Stefano Boeri, stimatissimo architetto italiano, quando sottolinea il carattere mobile della periferia. Hanno a che fare con aspetti oramai desueti le teorie che ancora oggi credono in “un centro antico e ricco contrapposto a una periferia recente e abbandonata a se stessa” e ancoranelle città europee, la periferia, il degrado, la povertà, l’assenza di servizi sono un arcipelago e non una cintura. Arrivano ovunque: negli edifici sfitti del centro, nei parchi, nelle fabbriche dismesse. E se il centro può essere periferia nell’assenza di servizi e nel degrado sociale, allora anche la periferia può essere centro se in essa vengono drenate risorse e interessi collettivi, anch'essa può diventare centro se all'interno si strutturano e potenziano servizi, attività e centri di interesse pubblico.

Se centro e periferia corrodono i lori significati originari fino a proporre una lettura

con più contraddittoria, anche i concetti di esclusione e povertà sono destinati alla stessa sorte. Non si è esclusi dalla propria vita cittadina quando si è (economicamente) poveri, piuttosto quando si è tagliati fuori da una serie di servizi essenziali quali l’istruzione, le agevolazioni immobiliari, le pari opportunità.

Secondo uno studio condotto da #mapparoma25 nel 2018 (fonti Istat e Comune di Roma) non sono poche le aree geografiche centrali che registrano un alto tasso di esclusione sociale sulla base degli indici di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile e scolarizzazione.


È periferia o centro Via di Porta San Lorenzo (a pochi passi dalla Stazione Termini di Roma – II Municipio) dove decine di persone senza un posto dignitoso nel quale vivere si sono costruite vere e proprie baracche di cartone e coperte su un marciapiede?

Sono centro o periferia tutte quelle eleganti zone residenziali, dalle case grandi e confortevoli, circondate però dal nulla?

Qualsiasi sia la tipologia di abitazione presente sul territorio periferia è dove mancano i servizi rivolti ai cittadini, gli spazi dedicati all’incontro, all’aggregazione alla condivisione. Periferia sono tutti quei quartieri nei quali anche i servizi di trasporto pubblico faticano a garantire un collegamento assiduo e stabile con “la città”, centro nevralgico per la vita quotidiana dove proliferano gli uffici, i negozi, le scuole. Come evidenziato nel rapporto sulle città a cura del Centro Nazionale di Studi per le Politiche Urbane (Urban@it) “La sofferenza urbana pervade l’intero territorio metropolitano, con alcune zone in cui il disagio è particolarmente concentrato e che, in diversi casi, non hanno una relazione con la distanza dal centro della città perché non esiste una periferia, ne esistono molte. E nascono sempre più periferie di periferie”.


Dovrebbe essere senza dubbio una priorità della politica strutturare strategie in grado di far coesistere in maniera armoniosa il tessuto sociale, la sicurezza pubblica, le politiche abitative e la tutela dei diritti umani, indipendentemente dalla collocazione territoriale nella quale si vive. Per fare questo sono numerose le iniziative che si potrebbero suggerire: investire in maniera mirata e ben strutturata nel settore welfar potenziando, ad esempio, le scuole trasformandole in centri vitali per il quartiere stesso. Scuola durante il giorno, ma anche spazio pubblico aperto a tutti, centro culturale capace di accogliere ragazzi attivando dentro e fuori le proprie mura laboratori, rassegne cinematografiche, ludoteche, biblioteche, manifestazioni di interesse generale. Si potrebbe lavorare per potenziare i servizi attraverso l’apertura di centri in grado di svolgere una funzione di raccordo tra i differenti ambiti essenziali per il cittadino come il municipio, il Centro per l’Impiego, le associazioni e gli enti del terzo settore. Garantire collegamenti sicuri e puntuali in grado di collegare facilmente e 24h su 24 ogni area metropolitana abitata. Puntare tutto dunque sull’inclusione, sulla partecipazione, sul creare una rete forte e coesa capace di tutelare e supportare i più fragili. Come ha osservato il Ministro Giuseppe Provenzano “Le diseguaglianze si sommano nei luoghi più marginali. I divari territoriali, in Italia, non si riducono più alla frattura storica tra Nord e Sud, che rappresenta il primo vincolo da rimuovere per lo sviluppo. Negli ultimi anni se ne sono consolidati altri: tra centri e periferie, tra città e campagne, tra aree urbane e aree interne. Le aree interne rappresentano il 60% del territorio nazionale, sono abitate da oltre 10 milioni di persone, in Paesi in via di spopolamento, lontani dai centri di offerta di servizi e di lavoro. Alla luce di tutto ciò ritengo fondamentale effettuare una mappatura dei luoghi marginali sui quali concentrare le risorse”. Servono dunque politiche coraggiose, ma soprattutto realmente innovative e al passo con i tempi. Mai come in questo periodo ci è capitato di riflettere sull’importanza dello spazio. La libertà del poterlo vivere, la pericolosità del doverlo condividere, l’urgenza di occuparlo. Vivere lo spazio è una funzione naturale dell’essere umano, ma abitarlo va oltre la mera funzione biologica. È una dimensione da costruire, da trasformare, che supera l’aspetto prettamente architettonico e si arricchisce di significati sociologici, antropologici, psicologici propri dell’uomo e del suo vivere il mondo.

Con la sua capacità di agire l’uomo tocca e trasforma lo spazio che lo circonda e lo fa con i pensieri, con le idee, con i desideri e, solo successivamente, con le mani, con gli attrezzi, con i materiali. In questo spazio abitato, ricco di significato, ogni singola persona ci mette tutta sé stessa: il proprio passato e il proprio futuro, ripropone le sue origini, gli spazi nei quali è cresciuto, i ricordi che tiene a mente, ma anche gli obiettivi futuri, la meta, la destinazione, il desiderio di realizzazione della propria vita. Non dovrebbero esiste spazi negati a nessun essere umano, tutti dovremmo avere la possibilità di abitare il posto che sentiamo nostro, dove ci sentiamo al sicuro, nel quale riusciamo a realizzarci ed essere sereni.

BIBLIOGRAFIA 1. Saskia Sassen, Le città nell'economia globale, Il Mulino, 2010, Bologna 2. Wolfgang Sofsky, Rischio e sicurezza, Einaudi, 2005, Torino 3. Stefano Boeri, L’anticittà,Laterza, 2011, Bari 4. Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Raffaello Cortina Editore, 2012, Milano 5. Luca Molinari, La periferia dopo la periferia in Limes n° 4/2016 6. ONU,Rapporto dedicato agli obiettivi di sviluppo sostenibile, 2019, New York 7. Urban@it , V Rapporto sulle città “politiche urbane per le periferie”, Il Mulino, 2020, Bologna 8. #mapparoma25 – L’esclusione sociale nei quartieri di Roma, 2018

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