Cerca
  • Alessandra Massaro

Dare spazio all'emergenza: gli invisibili che esistono. Considerazioni a latere su luoghi e spazi



Da quando l’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha travolto la nostra Nazione, ognuno di noi si è ritrovato a dover affrontare situazioni e sentimenti che mai avrebbe immaginato. Sono cambiati e si sono ristretti i nostri spazi, le nostre abitudini e le diverse routine obbligandoci a rallentare o a star fermi. Come spesso accade quando a un uomo viene limitata o azzerata la propria preziosissima libertà di movimento, ci si ritrova a dover riflettere.


Quali siano le nostre riflessioni è difficile dirlo, ma tutti ci siamo ritrovati a pensare a questioni che mai si sarebbero affrontate prima, o almeno non con questa intensità.

Questo doversi fermare, non potersi muovere, dover rinunciare a moltissime delle proprie amate abitudini ha portato a un lockdown anche umano: ognuno di noi ha affrontato, nella sua realtà domestica, una serie di interrogativi e di riflessioni che fino a questa gravissima pandemia non trovavano abbastanza tempo e spazio.

Dalle piccole questioni personali (come faccio a farmi la tinta ai capelli? come posso tenermi occupata durante il giorno?) a grandi questioni universali ed esistenziali (che valore ha la libertà? Da chi mi devo proteggere e tenermi alla larga? Chi mi sta davanti? Di chi mi posso fidare? Con chi posso vivere? Chi, ancora una volta, guardo con diffidenza e paura? L’umanità si sta auto-distruggendo e il virus è l’ennesimo segnale di allarme?)

Ognuno di noi, con proprie sensibilità e capacità, ha affrontato o almeno sfiorato questioni di questo genere legate a se stesso e al mondo che lo circonda.


Il concetto di “spazio” ha assunto un ruolo centrale: lo spazio negato, ridefinito, ricostruito, reinventato, modificato, perso, guadagnato. Come intrappolati in un gioco diabolico ci siamo dovuti bloccare senza alcun preavviso, ci siamo fermati all’ istante senza poter quanto meno scegliere dove fermarci, con chi fermarci.

Lo spazio per alcuni si è ristretto fino quasi percepire uno strano senso di claustrofobia: le coppie che si stavano per lasciare e invece sono state costrette ad aspettare e ridefinire una relazione che si era data per spacciata e forse lo sarà per davvero, ma non adesso, ora si deve continuare a convivere; genitori, figli e animali domestici in ambienti spesso troppo piccoli senza grandi possibilità di evasione, anziani in istituti accolti in piccole stanze spesso sovraffollate: “Sarebbe stato meglio a casa con mia figlia e mia nipote”.

Per altri invece, lo spazio si è svuotato e per intere settimane ha testimoniato solo assenza e mancanza. Un figlio fuori sede che non può tornare a casa, una moglie che rimane a dormire in ospedale dove da giorni ha turni massacranti, un salone vuoto a casa di una nonna dove ogni domenica era festa mentre adesso ha paura persino di salutare sua nipote ferma, a debita distanza, sulla porta di casa.


Ripensare e ridefinire dunque lo spazio è stato, a mio avviso, un passaggio sul quale ognuno di noi, con la propria specificità, si è interrogato affrontando una serie di aspetti tra loro correlati: la dimensione pubblica dello spazio urbano, quella privata dello spazio domestico, quella corale delle manifestazione e degli eventi artistici, ma siamo sicuri che questi aspetti siano universalmente riconosciuti e validi?


#iorestoacasa è stato declinato in ogni modo possibile da milioni di persone in tutto il mondo, è stato un invito, un imperativo, una moda, uno strumento di partecipazione, di condivisione e di relazione, ma esiste una versione orfana di un pezzo di questo bellissimo slogan: #ioresto. È la dimensione che esprime il sentimento di chi, in questo periodo di estrema fragilità e pericolosità, una casa non ce l’ha, uno spazio privato, chiuso, isolato e protetto non lo possiede. #ioresto appartiene agli “invisibili” a coloro che vivono (in) una città ma senza abitarla, a chi cerca posto su una panchina in un parco, sotto le gallerie più isolate, sui marciapiedi. È il grido di tutti coloro che non hanno un “un tetto sulla testa” persi dietro mille piccoli foglietti in grado di dare o negare un pasto, di aprire o chiudere le porte dell’accoglienza, di poter accedere o meno alle docce per due volte a settimana.


Gli invisibili. I numeri dei senzatetto in Italia e in Europa spaventano. Servono risposte, azioni concretamente rilevanti, politicamente coraggiose, in grado di guardare in faccia una realtà più complessa e disperata di quello che si vuole far credere, facile da manipolare per i furbetti della politica impegnati a produrre slogan e messaggi privi di sostanza.



Il problema -perché di problema si tratta e non semplicemente di un fenomeno- legato al diritto (umano) di essere accolto, al diritto (umano) di avere una casa e di abitare in maniera dignitosa, è stato sempre poco affrontato rispetto alla forza e alla grandezza che invece possiede.

Qualsiasi provenienza certifichi il passaporto di un essere umano si dovrebbe superare con forza e determinazione l’idea che esistano persone più meritevoli di altre nell’accesso alla tutela dei diritti umani.

Con scelte e azioni concrete bisognerebbe ribadire quotidianamente il loro carattere universale e lavorare in maniera comunitaria in questa direzione: parlo del vicino di casa, del collega di lavoro, dell’impiegato che avvia una pratica e senza dubbio parlo anche della classe politica che scegliamo e premiamo, dell’Europa, che spero non diventi un’utopia, un sogno svanito.


Ridefinire e affermare solidarietà e diritti, vicinanza e accoglienza, ascolto e supporto sono atti di responsabilità, a cui tutti siamo chiamati secondo propria coscienza. La questione è senza dubbio spigolosa e ricca di complessi richiami di tipo etico-morale, politico, religioso ma senza dubbio lo sguardo con il quale accogliamo queste storie dipende unicamente da noi stessi.




Ho dedicato al terzo settore molto del mio percorso di formazione e professionale, ho avuto la fortuna di conoscere svariati contesti estremamente diversi fra loro ma ciò che posso dire senza dubbio, e senza alcuna forma di presunzione, è che è il modo in cui ci approcciamo all'altro che determina chi siamo e segna in maniera determinante non solo il nostro percorso ma anche quello delle persone con le quali ci relazioniamo.

#dirittoallabitare #ioresto #diritti



1) FEANTSA: Federazione europea delle organizzazioni nazionali che lavorano con i senzatetto, unica grande rete europea che si concentra esclusivamente sui senzatetto e riceve un sostegno finanziario dalla Commissione Europea per l'attuazione delle sue attività. https://www.habitante.it/wp-content/uploads/2020/01/SENZATETTO.pdf 


51 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti